K-array risveglia uno speakeasy a Harlem

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Anche chi non è mai stato a New York conosce Harlem, almeno di fama, grazie all’immagine che ce ne hanno offerta centinaia di film, serial e storie qui ambientate. Un quartiere popolare e popoloso, con un’alta percentuale di immigrati e di afroamericani, e che negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso è stato il centro della Harlem Reinassance, un movimento di affermazione della cultura black a tutti i livelli, letteratura, musica, arte. Ma gli anni ’20 e ’30 sono anche quelli del proibizionismo… come si intrecciano tutte queste storie?

 

Grazie al termine speakeasy, ovvero il nome comunemente dato all’epoca agli esercizi commerciali che, nonostante il divieto, continuavano a offrire bevande alcoliche, divenendo di fatto luoghi di incontro e scambio per molti artisti, anche afroamericani. Il termine sembra sia nato dall’invito dei gestori dei locali ai propri clienti di moderare il volume di voce e le turbolenze, per non essere scoperti: “Speak easy, boys!”.

 

Il nuovo Red Rooster Harlem prende appunto il nome di uno storico e frequentatissimo speakeasy dell’epoca, e ugualmente riprende l’abitudine di accogliere musica e musicisti: il Red Rooster originario era comunemente frequentato da poeti, politici, artisti come Nat King Cole, James Baldwin, Adam Clayton Powell Jr. ecc. Presso il nuovo locale è così possibile gustare musica di tutti i generi, dal gospel al jazz, dall’hip-hop al soul, e un menu che, allo stesso modo della musica, è lo specchio del quartiere: un mix di tradizioni culinarie di diverse parti del mondo. Lo chef Marcus Samuelsson infatti abita proprio ad Harlem ed è, per inciso, uno dei migliori chef degli Stati Uniti secondo il Culinary Institute of America. Ma torniamo alla musica.

 

Justin Lizama di The Solidman Group (TSG) è stato incaricato dalla proprietà di progettare l’impianto di diffusione sonora, e ha optato da subito per una soluzione K-array. L’installazione è stata invece curata da Zeo Group.

 

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"“Cercavamo un sistema versatile, che potesse offrire sia una dispersione importante, sia un design contenuto. Inoltre volevo costruire qualcosa di particolare dal punto di vista della tecnologia, che potesse mantenere il giusto equilibrio nell’estetica del luogo. K-array KKS50 è stato la scelta ottimale."

Justin Lizama of The Solidman Group (TSG)

 

Il locale dispone di due palchi, uno più piccolo per l’uso quotidiano e un secondo più grande per gli eventi particolari. Inoltre, presenta alcune difficoltà dal punto di vista dell’acustica e dell’installazione: un’estetica da rispettare, parecchie colonne, soffitti molto bassi che non permettono l’appendimento dei diffusori, angoli difficilmente raggiungibili dal suono. Il progetto dell’impianto asseconda tutte queste necessità: è composto da sette KH15 (moduli attivi a due vie con ampia copertura orizzontale di 120°) e altri sette KKS50, più due KL18, due KL12ma e due KL21ma per le basse frequenze. I KK50 in particolare sono stati collocati in modo da coprire specificamente alcune aree difficili da raggiungere.

 

Il risultato è eccellente, come ha riferito Lizama; grazie a K-array, ha infatti potuto ottenere sia la discrezione desiderata che una pressione sonora degna di un concerto live:

 

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"Il sistema K-array è sottilissimo, quasi invisibile. Ogni anno vediamo nascere molti nuovi diffusori, ma credo davvero che i prodotti K-array rappresentino un importante avanzamento nella tecnologia. Se avessimo utilizzato un sistema tradizionale, il risultato non sarebbe stato altrettanto piacevole dal lato estetico – i case trapezoidali non sono belli da vedere."

(ibid.)

 

E non a caso Lizama, da buon professionista dell’audio, di K-array non si è limitato ad apprezzare il lato estetico:

 

"Se pensate di dar vita a un luogo sofisticato, il suono deve essere altrettanto sofisticato. A NY City di spazio ce n’è sempre poco, e in questo settore la necessità primaria è una corretta copertura sonora. Al Red Rooster Harlem i clienti abituali, anche quando sono seduti in fondo al locale o in un angolo, possono apprezzare la stessa qualità audio e definizione della quale godono tutti gli altri spettatori."

(ibid.)

 

Ora quindi non c’è più bisogno di raccomandazioni per “speak easy”.